venerdì 11 marzo 2011

Gonne al vento


Françoise Hardy -
Tous les garçons et les filles

Nessuna novità musicale, ma un pezzo che molti avranno sentito più volte.

Dolce riascoltarlo

L'arte di vivere

Ho il piacere di mettere nel nostro blog il sito di due artiste che ho l'onore di conoscere bene:
Silvia Bugno (la mia testimone), ballerina e insegnante di danza contemporanea e Valentina Dotto, la mia insegnante di pittura espressiva nonchè illustratrice di libri per bambini.

Due donne fantastiche che hanno fatto della loro vita un'opera d'arte

http://www.silviabugno.com/

http://valentinadotto.it/




Il fascino di un cappello a cilindro

Segnalo velocemente un bellissimo video dove Vanessa Paradis canta Il y a. Appena trovo il tempo vi trascrivo la traduzione del testo.

Buona visione e buon ascolto||


IL Y A

Il y a là la peinture
Des oiseaux, l'envergure
Qui luttent contre le vent
Il y a là les bordures
Les distances, ton allure
Quand tu marches juste devant

Il y a là les fissures
Fermées les serrures
Comme envolés les cerfs-volants
Il y a là la littérature
Le manque d'élan
L'inertie, le mouvement

Parfois on regarde les choses
Telles qu'elles sont
En se demandant pourquoi
Parfois, on les regarde
Telles qu'elles pourraient être
En se disant pourquoi pas

Il y a lalala
Si l'on prenait le temps
Si l'on prenait le temps
Il y a là la littérature
Le manque d'élan
L'inertie, le mouvement

Parfois on regarde les choses
Telles qu'elles sont
En se demandant pourquoi
Parfois, on les regarde
Telles qu'elles pourraient être
En se disant pourquoi pas

Il y a là les mystères,
Le silence sous la mer
Qui luttent contre l'temps
Il y là les bordures
Les distances, ton allure
Quand tu marches juste devant

Il y a là les murmures
Un soupir, l'aventure
Comme emmêlés les cerfs-volants
Il y a là la littérature
Le manque d'élan
L'inertie le mouvement

Parfois on regarde les choses
Telles qu'elles sont
En se demandant pourquoi
Parfois, on les regarde
Telles qu'elles pourraient être
En se disant pourquoi pas

Parfois on regarde les choses
Telles qu'elles sont
En se demandant pourquoi
Parfois, on les regarde
Telles qu'elles pourraient être
En se disant pourquoi pas

venerdì 4 marzo 2011

Michelle Obama



Prima di partire con il progetto “Una stanza per sé”, personalmente mi sono confrontata con diverse mamme, papà, amici e amiche, ed ho naturalmente letto parecchio, un po’ su internet, un po’ sui libri. Delle letture che faccio cerco sempre di conservare qualcosa, perché so che prima o poi mi tornerà utile. L’estate scorsa leggevo “La fortuna non esiste” di Mario Calabresi. Sottotitolo: Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi.




Dei vari racconti mi colpì molto quello di Michelle Obama, i discorsi pubblici di cui Calabresi è stato testimone e che riporta scrupolosamente nel libro sono perle di saggezza e vere e proprie lezioni di educazione civica. Tralascio i particolari (peraltro interessantissimi) della sua storia personale, e riporto uno stralcio del discorso tenuto nel pomeriggio del 10 febbraio 2009 al Mary’s Cenetr, un centro che si occupa della salute nel quartiere di Adams Morgan, il cuore della comunità ispanica di Washington.

Un ragazzo le chiede che cosa si possa fare per migliorare la sicurezza nella comunità e racconta che qualche giorno prima un senzatetto è morto per la strada e la gente per ore è passata accanto senza fare niente. Michelle prende l’occasione al volo per fare una lezione sulla responsabilità personale: “ Il problema ha due facce: una è quello delle risorse, riguarda il sistema della giustizia e le forze dell’ordine, ma l’altra riguarda noi. Non ci possono essere leggi che obbligano le persone a fare cose giuste: non si può imporre a un papà di leggere favole al figlio o di trattare il vicino con rispetto e decenza. A fare la differenza non sono i soldi che guadagni o il diploma che hai preso, ma la scelta che fai di essere un cittadino attivo, coinvolto e responsabile. Nessun presidente e nessun sindaco possono ordinarlo, sono cose che vengono dai valori e dalla fede che abbiamo dentro. Spero che sia qualcosa di cui parlate quando venite qui, non solo di cosa avete bisogno e di chi ve lo potrà dare. Dovete chiedervi: ma cosa posso fare, che tipo di cittadino sarò, che genitore? E cosa farò la prossima volta che sarà commesso un crimine? Ci passerò accanto o chiamerò la polizia e mi farò coinvolgere?”. Stanno tutti in silenzio e fanno sì con la testa. Lei li fissa con quello sguardo di sfida che è il suo biglietto da visita, vuole lasciare il segno, stimolarli a crescere e a impegnarsi. Non molla mai. Appena entrata alla Casa Bianca ha preteso che nessuno rifacesse i letti e riordinasse la camera delle bambine, devono fare da sole ogni mattina prima di andare a scuola.
Prima di andarsene dal Mary’s Center, Michelle firma un manifesto del centro, poi si gira verso i ragazzi e, seria, li lascia con nove parole: “Ricordatevi sempre da dove siete venuti e cosa restituirete”.
(...) Ha già parlato per tre quarti d’ora, ha fatto le foto e sta salutando quando una ragazza di sedici anni le chiede a bruciapelo: “Ma perché è venuta qui ad incontrarci?”. Allora lei si ferma, torna indietro, si siede con i nove adolescenti che sono rimasti e comincia a raccontare: “Perché mi hanno insegnato che se nella vita si riceve, poi bisogna essere capaci di restituire. Perché mi hanno insegnato che devi conoscere la comunità in cui vivi, devi farne parte e impegnarti attivamente”.

Mi era sembrato allora che quelle parole suonassero come un invito, un’esortazione a metterci in gioco, a provare a realizzare quello che da troppo tempo avevamo solamente immaginato e desiderato ci fosse nel nostro paese…un posto dove i neogenitori potessero incontrarsi e fare rete. E poi, da lì, partire...
Le ho volute riportare qui oggi, perché rileggendole le ho trovate ancora una volta bellissime ed incoraggianti.

giovedì 3 marzo 2011

Qualcosa di azzurro


Trascrivo un altro brano della Maraini da La nave per Kobe.



“L’azzurro è il mio colore, quello che mi dà pace quando sono inquieta. Leggendo Flaubert ho scoperto che anche lui ama l’azzurro, un colore cui attribuiva poteri erotici. Di solito è il rosso che si abbina con la sensualità. E invece, tutte le volte che Emma Bovary si appresta a fare l’amore c’è qualcosa di ceruleo che la trasfigura: la veletta che le pende dal cappello quando esce a cavallo nel bosco con Rodolphe, il vestito di lana merinos dalle balze celesti, le pareti turchine di una camera d’albergo. Perfino gli occhi di Emma, che Flaubert dice essere neri, diventano, nell’emozione d’amore, di uno splendido blu zaffiro.” (pag. 132)


Mi viene da aggiungere: ne “La signora Dalloway” di Virginia Woolf , Clarissa scrive e spedisce al sua amante giovanile Peter Walsh una lettera su carta di colore azzurro...

E lo scrittorer praghese Franz Werfel, nel romanzo “Una scrittura femminile azzurro pallido” non narra proprio la vicenda di Leonida, alto funzionario ministeriale, ricco per fortunato matrimonio, che un giorno riceve una lettera vergata nell'inchiostro azzurro allora di moda tra le signore, proveniente da un'antica amica, unico suo grande amore?

E i più superstiziosi, non ricordano forse il detto per cui il giorno delle nozze la sposa come buon auspicio dovrebbe indossare qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato, qualcosa di azzurro?

martedì 22 febbraio 2011

La nave per Kobe 2

Ancora qualche citazione da La nave per Kobe.
Gennaio 1941. La madre di Dacia Maraini descrive il periodo in cui Dacia si ammala e in venti giorni ha una dopo l’altra, otite, febbrone, tonsillite, una temuta difterite, reazione all’iniezione anti difterite, poi infine un’orticaria. Topazia si dedica notte e giorno alla figlia malata, restandole sempre accanto. “Povera figliuzza. Ancora non uscita da quasi 20 giorni ma non ha febbre”.
Commenta Dacia: “C’è tanta apprensione e tanta tenerezza in questo curvarsi di madre sul corpo della figlia malata da esserne appagata per una vita intera. Se non fossi stata così ben nutrita dal suo affetto come avrei potuto sopportare il campo di concentramento, la fame, i vermi, le pulci, le bombe, i terremoti e ancora la fame, la fame nera?
Nonostante la visione drammatica delle cose, ho un fondo di ottimismo che sicuramente mi viene da quelle prime grandi esperienze d’amore materno”. (pag. 124)

Secondo me è bellissima questa riflessione della Maraini. Anch’io sono convinta che i bambini quando sono piccoli vadano riempiti d’amore, di affetto, di cure. E penso che non ci siano misure per questo darsi dei genitori: non è mai troppo. Così non penso che si vizino i bimbi se a un anno ancora li si allatta, si pratica il co-sleeping (magari anche dopo l'anno), perché si sente semplicemente che è un loro bisogno. Non un capriccio, ma un bisogno di contatto, di vicinanza, di calore. Ci sono bambini che rifiutano pupazzetti e peluche, se si prova, la notte, a mettergliene uno vicino, lo buttano via e si acquietano solo se sentono il corpo della mamma o del papà vicino al loro. Nessun oggetto transizionale, insomma, nessun surrogato dell’originale.
Non capisco nemmeno le persone che dicono che i bambini non si debbono tenere troppo in braccio perché così facendo li si vizia. Le cose potrebbero essere viste da un altro punto di vista: lì dove per alcuni c’è il vizio, ci può essere invece la risposta ad un reale bisogno d’amore, che esige di essere riconosciuto come tale e merita una risposta adeguata. Esiste una corrente, ancora minoritaria, di esperti e di genitori ad abbracciare queste idee. Ad esempio, il pediatra spagnolo Carlos Gonzalez, quello americano William Sears, i pediatri che scrivono sulla rivista UPPA. Si tratta di concetti agli antipodi con la filosofia del “Fate la nanna”, o metodo Estivill, come lo si voglia chiamare. E’ un punto di vista diverso, ma che però ha un suo pregio.
Comunque, per tornare alle parole della Maraini, anch’io sono profondamente convinta che ai bambini vada donato con abnegazione infinito amore, che costituirà una riserva da cui attingeranno tutta la loro vita e che sarà per loro fonte di sicurezza emotiva, di autostima, di fiducia in se stessi e negli altri, di capacità di amare a loro volta.
Oggi c’è molta attenzione allo sviluppo delle capacità intellettuali dei bambini, alle loro prestazioni scolastiche e di apprendimento, molto meno invece a quelle capacità che attengono l’emotività, al saper gestire le proprie ed altrui emozioni. E poi ci si meraviglia che gli adolescenti di oggi, hanno difficoltà a dare voce al proprio vissuto emotivo, non sanno dare un nome a quello che provano ecc. (in realtà gli adolescenti da che mondo e mondo hanno avuto questi problemi, come hanno sempre avuto difficoltà nel comunicare con gli adulti, ma queste cose sono del tutto normali ed anche sane da un certo punto di vista perché sono tappe essenziali per la crescita individuale come persona; il problema è che quest’incapacità di relazionarsi con la propria emotività permane anche oltre l’adolescenza e molte perone se lo portano dietro per una vita intera). Non so se le cause possono ritrovarsi nella primissima infanzia e nell’approccio avuto dai propri genitori, ma è una domanda che per lo meno potremmo porci, prima di assumere scontatamente un metodo educativo (quello più diffuso, quello che è frutto della cultura dominante) come il migliore in assoluto. Un po’ di sana critica non guasterebbe, poi ognuno dovrebbe scegliere con la propria testa, ascoltando il proprio vissuto, il proprio cuore e alla luce di tutto questo decidere infine la cosa migliore per i propri figli. Chiunque abbia figli sa quanto sia difficile…è molto più facile parlare che fare…
Un’ultima cosa: ho notato che lo stare bene emotivamente favorisce anche l’apprendimento. Sono intimamente convinta che la tranquillità interiore, la serenità, la fiducia nei propri genitori, il sentirsi profondamente e immensamente amati, offra quella base essenziale sopra cui costruire tutti i castelli del mondo: conquiste intellettuali, conoscenze, abilità le più diverse. Se abbiamo un problema “dentro di noi”, siamo arrabbiati, o ansiosi, o in preda ad un’antica angoscia, è molto probabile che molte delle nostre energie interiori se ne vadano a curare questa nostra pena e che quindi , nel complesso, vi sia uno spreco di energie, che potrebbero essere molto più felicemente utilizzate in altre attività. Sapere che uno sguardo amorevole e fiducioso è posato su di noi ci fa affrontare anche le sfide più difficili, perché ci trasmette sicurezza e coraggio.

lunedì 21 febbraio 2011

La nave per Kobe


La Nave per Kobe diari giapponesi di mia madre di Dacia Maraini
Topazia Alliata Maraini ha annotato nei suoi taccuini le tappe del lungo viaggio per nave verso Kobe (Giappone), nel 1938 e i piccoli grandi eventi familiari di quegli anni che riguardano la vita delle figlie: Dacia, poi Yuki e Toni. Una preziosa testimonianza, affidata a pagine ormai ingiallite e vecchie fotografie in bianco e nero, che Dacia Maraini ha voluto pubblicare quando il padre Fosco, ritrovati per caso quei quaderni, glieli ha regalati dicendole “Ti riguardano, prendili”.

In quelle righe essenziali e a tratti commoventi che sua madre scriveva, trapela la bellezza e l’intensità del legame madre-figlia, a cui si aggiungono i commenti e le riflessioni della Dacia di oggi, figlia ormai sessantenne che cerca di dare un ordine ai propri ricordi di bambina.

E’ affascinante perché in questo libro si trovano, mescolati insieme, i pensieri di una madre, quelli di una bambina e quelli della stessa bambina diventata adulta. L’effetto che si ottiene è quello di illuminare quello speciale rapporto a due di volta in volta con luci che provengono da riflettori diversi. Lo stimolo che se ne riceve è quello di intraprendere la propria personale ricerca, appuntando, se non per iscritto, almeno in un immaginario taccuino mentale, i propri personali ricordi d’infanzia.

Inverno 1938. Dacia ha poco più di un anno.

(In corsivo le parole della madre Topazia, segue poi il commento di Dacia)
“Dacia occupa tutto il mio tempo perché non mi vuole lasciare un minuto (mi segue anche al gabinetto!) e non si addormenta se non con me. A momenti mi avvilisco, ma spero di farle cambiare abitudini. Adesso è ancora nervosa del movimentato viaggio interminabile.
Questa dipendenza corporea mi intenerisce. Mi fa pensare a quelle immagini che vediamo sullo schermo quando ci raccontano storie di scimmie che corrono fra i rami delle foreste africane: la madre agile che si aggrappa alle fronde con la coda ritta, portandosi dietro, avvinghiata al dorso, una scimmietta dal pelo nuovo e lanuginoso. C’è una fisicità nel rapporto madre-figlia che nulla al mondo potrà modificare e lega i due corpi, quello più piccolo a quello più grande, in un abbraccio naturale, anche quando sono lontani e non si vedono, e ripete simbolicamente il primo tepore di una abitazione buia, primordiale.

Il corpo che si presenta all’immaginazione confusa di un bambino quando nasce, è quello della madre. Una montagna misteriosa, che lo sovrasta, lo acquieta, lo nutre e gli incute anche paura. L’ebbrezza di quel latte che scende in gola, attraverso il tepore di un capezzolo, che è cuscino e tazza nello stesso tempo…come sostituirlo?” (pagg. 63-64)

Un altro passaggio.
“Da piccola odiavo il mio nome troppo inusuale per una bambina. I ragazzini, si sa, sono conformisti. Non capiscono il piacere di essere diversi, di differenziarsi, sia pure solo per il nome. Probabilmente perché sono ancora troppo fragili per reggere una posizione che li allontana dalla norma. La mia massima aspirazione era allora di non distinguermi in niente dagli altri, ma si trattava di un puro desiderio perché continuamente inciampavo nella mia diversità: una famiglia laica, dei viaggi precoci, le traversate degli oceani, una esperienza di campo di concentramento, la fame, i nomi stravaganti: Fosco, Topazia, Yuki, Dacia*, tutto fuori dall’ordinario.

Avrei voluto chiamarmi Maria, essere bruna con gli occhi neri, avere due genitori tranquilli, un padre che uscisse ogni mattina per andare al lavoro e una madre grassa e rassicurante. Queste erano le famiglie delle mie compagne di scuola, sia prima in Giappone che poi in Italia. Invece mio padre era sempre in viaggio per i suoi studi etnologici, mia madre aveva la mentalità di una diciottenne, innamorata di noi ma così poco simile alle altre madri; nelle nostre stanze non c’erano bambole, ritratti di santi, libri di devozione, ma riproduzioni di Picasso, di Matisse. Sugli scaffali carichi di libri non trovavi romanzi rosa o inutili enciclopedie, ma Proust e Dostoevskij, Virginia Woolf, Henry James e Svevo”. (pag. 120)
* Fosco è il nome del padre di dacia Maraini, di origini fiorentine, Topazia è la madre, di origini siciliane, mentre Yuki è la sorella minore.

Mi viene in mente Maira, che la sera per addormentare Anna, le legge a letto poesie di Leopardi…Che tenerezza la piccola, che le dice, “Leggi, però non chiedermi nulla mamma”, perché ovviamente non è in grado di afferrarne il senso, ma io sono sicura che la musica di quelle strofe la incanti e la faccia scivolare deliziosamente nel sonno e nella notte.